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I “millenials” e i nuovi modi di comunicare…cosa cambia?

Nella mia ultima conferenza ho voluto affrontare il tema delle nuove forme di comunicazione, utilizzate ormai da tutti ma soffermandomi sull’uso che ne fanno gli adolescenti oggi.

Iniziando con l’affermare che l’adolescenza è sicuramente un’età di tumulto, un’epoca in cui i cambiamenti corporei, fisici, emotivi e cognitivi divengono molto importanti, la comunicazione con gli adulti di riferimento è un elemento da sottoporre sicuramente alla nostra attenzione.

L’adulto, che sia genitore o insegnante, nonno o educatore, deve porsi e rivolgersi verso il mondo dei ragazzi coi modi dell’autorevolezza e dovrebbe porsi come modello, come esempio da seguire, un riferimento che contenga le emozioni in tumulto dei ragazzi e con cui sia possibile un sano confronto-scontro.

Dovremmo porci, in modo prepotente, una prima domanda. Il mondo contemporaneo lavora a favore dell’ingresso nella dimensione adulta? O, piuttosto, non siamo forse testimoni di uno sconfinato protrarsi del tempo adolescenziale da parte dei grandi?

Oggi i cambiamenti nella medicina, nel lavoro e conseguentemente nello stile di vita, l’aumento dell’accesso ormai quotidiano al fitness e i progressi della medicina o della chirurgia estetica (anche per i più giovani, altro fenomeno allarmante da non sottovalutare), hanno portato ad un dilatarsi sempre maggiore dell’adolescenza fino ad un’età indefinibile, quasi senza una fine ben tracciata ed individuabile.

Un adolescente quieto, che viva in un regime di accordo mai intaccato con i propri genitori e col restante mondo adulto, che sia integrato perfettamente e senza alcuna distanza o alcuna critica verso le istituzioni sociali, è solo apparentemente rassicurante.

Lo scontro sottoforma di ribellione: perché è importante?

Non dovremmo privare l’adolescente della possibilità di ribellarsi, questa modalità gli è necessaria per crescere e sviluppare tratti personalizzati solo suoi. L’adolescente impara a conoscersi ed apprendere anche attraverso il confronto – scontro, che molti genitori però temono e rifuggono, purtroppo, in nome di una pacata serenità che non crei troppi scompigli e discussioni fastidiose da dover gestire.

Quando il mondo adulto cerca di sottrarsi al confronto serrato e allo scontro con la generazione successiva, in un certo senso finisce col derubare gli adolescenti della possibilità di vivere un’esperienza fondamentale. L’atteggiamento sempre comprensivo e tendenzialmente egualitario dell’adulto può essere percepito come una resa, facile da accettare e deludente allo stesso tempo.

I ragazzi cercano un esempio autorevole, non dovrebbero quindi ovviamente sentire il genitore come un “amicone” che si rivolge a lui/lei scimmiottando il suo stesso gergo adolescenziale pur di avere un contatto e un punto di incontro comune, il genitore deve restare “genitore”, modello autorevole, con i suoi punti fermi sulle regole pur mantenendo aperto il dialogo e l’adattabilità.

Vedo spesso che in queste attuali generazioni, il concetto di limite vada via via affievolendosi, creando un posticcio e illimitato mondo di pari. Le differenze, i limiti, i confini si indeboliscono, tutti siamo “uguali”, genitori sempre più giovanili, vestiti alla moda, ragazzi che utilizzano nei loro confronti un gergo sempre più informale…Gli adolescenti di questa generazione vivono il legame con i genitori in un clima di grande libertà di espressione, di pensiero, di movimento.

I genitori li ritengono da subito, sin da piccolissimi, capaci di comprendere indicazioni, consigli e ammonimenti, e per questo basano la relazione su un dialogo intriso di un amore che purtroppo, spesso giustifica tutto , spesso tralascia l’osservanza delle regole e perfino dei più piccoli divieti.

Il dialogo sarà modulato su un registro di pacatezza, disponibilità, affettuosità, complicità tra pari. Si è passati dunque, nel corso di un tempo non molto lungo, da un modello di famiglia di stampo etico-normativa (all’interno della quale compito dei figli era quello di seguire indicazioni, avvertimenti e regole con pazienza e rassegnazione in virtù della maggiore esperienza e conoscenza degli adulti che non consentivano, se non in rari casi, autonomia di pensiero e di comportamento) a un modello di famiglia “soddisfattiva”.

L’adolescente sa bene di essere al centro della vita dei genitori, sa di poter avanzare richieste anche oltre le possibilità oggettive dei genitori e che l’agitare o il lasciar intravedere un turbamento è per i genitori fonte di ansia e di interrogativi. I genitori non possono permettersi questo lusso, devono essere genitori modello. Anche per loro il confronto continuo con altri (anche attraverso i mezzi di internet, le chat dei genitori, facebook) è costante e continuo.

Davvero togliere ogni inciampo dal loro percorso, prevenire i disagi, accettare giustificandoli anche i comportamenti e gli atteggiamenti più discutibili è utile allo sviluppo equilibrato e armonico della personalità di un adolescente? Soddisfare tutte le richieste, anche quelle che spesso vanno ben oltre le condizioni economiche familiari, aiuta davvero il ragazzo o la ragazza? Lasciamoli fare esperienza da soli! O cresceremo narcisi fragili, incapaci di accettare ogni più piccolo “no”.

Il buon senso imporrebbe in tante circostanze un «no» senza ripensamenti e sensi di colpa, dove invece vediamo spesso avere la meglio un comodo ma spesso diseducativo «sì». Pertanto all’adolescente vengono tolte tante importanti occasioni per opporsi in maniera costruttiva al genitore; egli è privato della possibilità di ribellarsi, di entrare in conflittualità propositiva, di cercare sé dentro sé e all’interno delle dinamiche incontro-scontro con gli adulti di riferimento.

Il confronto con il gruppo.

I ragazzi in gruppo condividono lo stesso modo di atteggiarsi, di vestirsi e persino di parlare. Il gruppo rende tutti pari, simili, quasi identici. Si mangiano le stesse cose, si frequentano gli stessi luoghi, si condividono le stesse attività: l’individuazione è quella del gruppo.

I social network rappresentano oggi una nuova modalità di fare gruppo.

Il gruppo dei pari si pone come una unità che funge da contenitore al singolo componente. Se il ragazzo si sente fragile e debole, il gruppo è forte; se l’identità è conflittuale e incerta, il gruppo viene vissuto come omogeneo e sicuro.

Il gruppo dà stabilità, il gruppo sarà per il ragazzo intoccabile: qualunque minima critica o osservazione negativa espressa da un genitore verrà recepita come un attacco, come un’offesa grave inflitta alla propria persona. E le risposte saranno, di conseguenza, violente e drammatiche.

Quindi, quanto serve opporsi ai coetanei? L’adolescente rifuggirà da noi ancora di più? E vietare l’utilizzo di internet? Io credo fortemente che non serva, se si arriva allo scontro in età adolescenziale significherà che qualcosa già è stato costruito male prima. Così come utilizzare tali mezzi come arma di ricatto per fargli fare alcune cose o come minaccia per punirli di altro… Serve davvero?

Moli adolescenti riportano il timore di vedere i figli isolati, soli, portando il grande turbamento che non stiano socializzando a sufficienza… Spesso non è così! Nell’adolescente si integrano senza che ci sia differenza la piazza della città o del paese in cui si è soliti ritrovarsi, il muretto, la scuola e la piazza virtuale di Facebook, Snapchat, Instagram. Si tratta solo di una delocalizzazione della loro presenza: si è insieme in più luoghi contemporaneamente, tanto che è facile osservare ragazzi che, pur se fisicamente vicini, chattano sia tra di loro che con altri amici on line. 

Per loro non c’è differenza, mentre per i genitori che li osservano preoccupati che si stanno “isolando” dal mondo e che stiano diventando depressi e soli, è viva l’ansia perché non sanno che invece i figli sono in relazione continua con altri, non ne potrebbero fare a meno, anzi.

Se invece il ragazzo passa ore a giocare alla wii, già è diverso dal chattare con altri. Così come il chattare nei gruppi o su fb è semmai da monitorare rispetto ai contenuti che si inviano, quali foto, video, rischi che invece vanno tenuti nella debita considerazione. E mettere, sempre, delle regole sul tempo di utilizzo del cellulare o del pc, degli orari prestabiliti (mai a tavola ad esempio!) ed effettuare dei regolari controlli sui siti in cui navigano  informandoli dei possibili rischi in cui possono incorrere.

E il bisogno di silenzio e solitudine? Bisogno anch’esso universale?

L’adolescente, così come il bambino o l’adulto, ha bisogno di fare esperienza di un proprio spazio di solitudine.

La condivisione continua regna sovrana, spingendo verso una connessione in Rete senza pause, interrotta forse solo nelle ore di sonno, in che modo incontrerà il bisogno adolescenziale di ritiro e solitudine?

Che fine ha fatto il silenzio? Che fine ha fatto quella dimensione di ritiro introspettivo che consente o, meglio, consentiva di comunicare con se stessi, di elaborare, di assentarsi dal piano relazionale?
È in quei momenti di ritiro o di sottrazione alla relazione con l’altro che si indaga su si sé, si impara a costruire una qualche conoscenza della propria persona, si elaborano progetti e fantasie sul futuro, si rimescolano le proprie carte per scoprire parti di sé che non erano ancora del tutto visibili.

Ci si impara anche così, a conoscere, a comprendere le proprie reazioni, i propri desideri reali, non indotti da ciò che fanno o vogliono gli altri, o da ciò che va di moda e fa tendenza.

E l’amore?

Gli adolescenti sembrano vivere oggi il sentimento d’amore con un certo distacco, con una leggerezza, spesso scambiata per superficialità, con una volubilità, che spinge gli adulti, i quali conservano nella mente il ricordo dei turbamenti e delle loro prime esperienze amorose, a guardare alle questioni d’amore in adolescenza con una certa perplessità. Non convince il modo disinibito con cui i nativi digitali parlano di sentimenti e di sessualità, le conoscenze che hanno sul tema, il modo consapevole con cui trattano e affrontano, nella gran parte, la fine del rapporto d’amore ad esempio…

Oggi ritroviamo purtroppo un’insufficiente educazione ai sentimenti e alla sessualità a cui si approda sempre prima con nozioni prese anche casualmente dalla rete o dagli amici, senza un adeguato spazio di riflessione ed elaborazione.

Sono bombardati di materiale sessuale e stimoli di vario tipo senza che si possa ancora orientarsi, senza che sia abbiano gli strumenti per comprendere tali stimoli in un sistema già pronto, già adeguato.

La sessualità per noi era un punto di arrivo dopo una serie di esperienze di maturazione e crescita, come in un progressivo avvicinamento, ora pare sia il punto di partenza e di avvio di relazioni, in una forma di consumo come per altre. Il sesso come performance, come corpi da sfoggiare, e mi ricollego alla necessità di apparire, per molti giovanissimi, sempre bellissimi, sempre pronti all’ultimo selfie perfetto.

E lo spazio per l’elaborazione e la fine di una relazione che si faceva prima anche a livello individuale? Oggi c’è il gruppo di amiche su facebook o watsapp ad esempio, in cui le amiche possono sostenere, dare consigli, suggerimenti…e le proprie inclinazioni e desideri?

Così come per l’elaborazione della solitudine, dopo una rottura di una relazione ad esempio, apparentemente potrebbe sembrare un vantaggio il non avere mai la possibilità di sperimentarla, perché in rete si trova sempre qualcuno con ci interagire, un rimedio universale alla tanto temuta solitudine. Ma molti penseranno: e una volta, cosa succedeva?

Cosa ci spingeva a fare la solitudine?

Riflettere? Pensare di più? Adoperarci per superarla? Riflettere sui nostri errori? Ci faceva ingegnare per capire cosa fare, chi incontrare, come conoscere qualche amico nuovo? Ci faceva elaborare la fine di un amore con i tempi più adatti a noi?

Nell’era in cui tutte le risposte sono cercate e trovate solo con un paio di click, dove un’intera piazza virtuale dà suggerimenti, escamotage, risposte…la mente, non rischia di impigrirsi?

I ragazzi andrebbero preparati adeguatamente a ciò che Internet crea, alle alternative che potrebbero avere, ma sapendo già che il rischio della delusione c’è. I giovani chiedono però indicazioni sulle vie da seguire, chiedono orientamento e contenimento! Ma attenzione alle prediche che allontanano! Mostrare, anche qui, esempi concreti di ragazzi come loro che hanno subito fenomeni di cyberbullismo, che hanno conosciuto estranei che si sono presentati loro con altre identità, illustrando loro le possibilità esistenti creando la giusta dose di allarme e preoccupazione.

Ma soprattutto, se la scuola non prevede l’educazione ai sentimenti, se i genitori non riescono o hanno difficoltà o delegano alla scuola, se questa delega alle figure degli esperti esterni e così via, chi dovrà occuparsene?

A volte hanno solo necessità di un ascolto vero e profondo delle loro richieste, anche sottaciute, senza essere invadenti e voler entrare nel loro mondo privato ancora in costruzione, con stratagemmi o violenze che portano solo alla fuga o alla chiusura.

I ragazzi  cercano risposte immediate, concrete, spendibili subito nel quotidiano, e mal sopportano le teorie astratte e che sentono distanti dal loro mondo. Evitiamo se possiamo i discorsi teorici astratti e le prediche. L’esempio concreto lo cercano in modelli simili a loro, che per alcuni aspetti sono assimilabili a qualche loro tratto ma soprattutto cercano velocità, concretezza, modelli spendibili nel loro quotidiano..

E l’aggressività?

A volte colpiscono i comportamenti violenti e totalmente privi di umanità da parte di alcuni adolescenti che poi utilizzano la rete per diffondere video e filmati di aggressioni, atti di bullismo nei confronti dei coetanei…Sono forme di “anestesia” emotiva, di insensibilità e assenza di empatia che fanno venire i brividi.

Attenzione a non generalizzare perché l’istinto è di pensare che siano tutti così. Importante è ricordare che la rete amplifica e aumenta il senso di diffusione di alcuni atteggiamenti estremi e porta a pensare che siano più diffusi di quanto non siano in realtà.

Ma se per loro fossero l’equivalente dei perduti riti di iniziazione?

Quali riti iniziazione possono trovare nell’era di internet?

In adolescenza sicuramente c’è voglia di sperimentare e sperimentarsi, mettersi alla prova, cercare di vedere fin dove si può arrivare, testare i propri limiti, verificare le proprie capacità, allo scopo di conoscersi e darsi anche delle risposte alla domanda “chi sono io?”…

In molte culture esistono, da millenni, i riti di iniziazione, che hanno il preciso scopo di creare un rituale in cui il passaggio verso l’età adulta è confermato e sugellato dal rituale stesso; serve per prendere coscienza che un’epoca della vita finisce poiché ne subentra un’altra, un’identità nuova viene a crearsi e modificarsi, come se una vecchia pelle si lasciasse cadere per far posto ad un’altra.

Nella nostra cultura occidentale questa ritualità è andata perduta, non abbiamo più riti così formalizzati e definiti…cosa resta ai ragazzi?

Il senso del rischio, della sfida e della voglia di superare dei confini “proibiti” sta ormai svanendo, si va sempre oltre e si è già provato tutto…sottovalutano a volte i rischi connessi con conoscenze pericolose e le false identità che possono incontrare.

La sfida, l’andare sempre oltre, all’era di internet dove tutto già è in rete perché qualcuno dall’altra parte del mondo lo ha sperimentato, a cosa porta?

La permanenza sul web di video, ad esempio, condivisi su you tube incontra la loro voglia di notorietà e di lasciare il segno ma vanno di pari passo con la non completa consapevolezza di cosa si sta facendo, non consapevolezza che una volta caricato qualcosa in rete, esisterà per sempre. Resterà ad infangare la reputazione di qualcuno (nel caso di atti di bullismo) o a tramandare delle azioni magari sciocche, di cui ci si potrebbe pentire in età adulta.

l like e la “reputation”.

Assistiamo anche a nuove forme di amicizia e fedeltà e relative crisi nelle amicizie poiché fondate sulla quantità di like, di apprezzamenti ai propri post, che rappresentano nuovi paradigmi e nuove modalità di relazionarsi in rete. Rappresentano in forme diverse la necessità quasi universale delle persone (ragazzi ma anche adulti) di essere apprezzati, di contare qualcosa, di poter lasciare una traccia autorevole del loro passaggio, di poter esprimere un’opinione senza imbarazzi e rossori, ben protetti dallo schermo di un computer o uno smartphone.

Educare ai sentimenti non è un concetto così banale come può sembrare, in un’epoca in cui si rischia di parlare di tutto in maniera però asettica, fredda e razionale. Non si tratta di insegnare ad amare, ma di parlare delle varie sfumature dei sentimenti, di ciò che a loro capita e come inquadrare e accogliere i vari possibili sentimenti, senza giudizio, dialogarne, conoscerne le caratteristiche. Educarsi alla relazione e allo scambio con l’altro.

L’elaborazione e la riflessione le ritengo fondamentali soprattutto in un’epoca dove le emozioni sono condensate nelle emoticon, di varie tipologie e che condensano simbolicamente tutta la gamma di emozioni. Occorre dar loro un nome, esplorarle, viverle, nominarle e confrontarle.

Anche e soprattutto di quelle negative, del dolore, della tristezza, sentimenti che oggi più che mai, nell’era dell’edonismo sfrenato si cerca di nascondere, sviare, sottovalutare, distanziare.

Non ci hanno mai insegnato, e tutt’ora non si insegna ai bambini e ai ragazzi, ma anche se pensiamo a noi stessi, che magari oltre all’insegnamento della materia specifica, oltre ai contenuti della didattica, si può trasmettere l’insegnamento su come essere felici e come essere sani in mezzo agli altri, con cui necessariamente dobbiamo convivere?

Forse tale argomento sembra portarci lontano dal nostro tema principale ma quando si parla di emozioni non si può trascurare il fatto che siamo fatti di relazioni, immaginate, vissute, fantasticate e idealizzate. Da lì dobbiamo partire. Sarà forse oggetto a parte di un mio articolo futuro o chissà, di una prossima conferenza.

Ma se vogliamo crescere ragazzi sani non dimentichiamoci delle sfumature emotive e di ciò che trasmettiamo con il nostro esempio concreto, ovvero la nostra vita e il modo “artistico” in cui la conduciamo.

Dottoressa Federica Giromella
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