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Femminicidio e stalking, parliamone ancora: il ruolo della donna

Si continua a parlare di donne uccise, violentate, torturate, perseguitate. La minaccia della violenza dell’uomo è sempre dentro ogni relazione, sia essa insita e nascosta o brutale e sfrontata.

Si dice che l’aggressività faccia parte di noi, che l’essere umano sia aggressivo poiché è un tratto ancestrale, che si porta dentro da sempre; l’uomo mostra rabbia e aggressività per difendere il territorio, per impossessarsi della donna che ama e che desidera, si arrabbia se contrastato o offeso nella sua virilità.

L’uomo da sempre combatte anche contro questo suo istinto, che riconosce come basso e animalesco, non tutti gli uomini si ritrovano infatti in tali discorsi volutamente provocatori, ma è un dato di fatto che per secoli nel mondo occidentale (e non solo), anche nell’iconografia e nelle opere d’arte, nella mitologia e nei racconti, così come nelle fiabe per bambini, ci siano sempre, ricorrenti e costanti, l’idea e l’immagine dell’uomo violento, conquistatore, virile, che seduce e abbandona, che rapisce e violenta. Donne messe incinta e lasciate da sole a crescere figli, donne usate per il godimento e il piacere di uomini che necessitavano di “sfoghi” e piaceri sensuali, e che ritrovavano fuori dal nucleo familiare la soddisfazione ai loro impulsi più “bassi” e terreni.

Ma le donne, nel corso dei secoli, oltre ad emanciparsi dalla schiavitù sessuale e a lottare per un’indipendenza e un’autonomia, hanno anche contribito a cambiare il sottofondo culturale di cui questo immaginario è intriso?

Cosa ci portiamo ancora dentro? Perché in molti paesi del sud Italia, ad esempio, una donna ancora è malvista se nubile in età più avanzata, (destando quantomeno qualche sospetto) o se osa denunciare il marito per violenze domestiche, o se addirittura lo tradisce e si fa un amante?

Sto parlando chiaramente di situazioni limite e di ciò che fanno risuonare nel nostro immaginario collettivo, di come ancora sottilmente tanti stereotipi e pregiudizi passino inosservati e non riescano a cambiare radicalmente. E il passo dal pregiudizio allo stereotipo e da questo alla discriminazione, terreno fertile di ogni tipo di violenza, è breve, molto breve.

Continuiamo a tramandarli rafforzando e purtroppo facendo proseguire inalterate le varie forme di violenza, anche sottili, verso le donne. Siamo anche noi stesse a farlo, ebbene sì. Poiché figlie di questa nostra cultura che ci scorre dentro e che ci vuole succubi, comprensive, docili e caritatevoli. Attente ai bisogni dell’altro e pronte a metterci in gioco, dipendenti, disposte al sacrificio (anche estremo) pur di rimediare ai disastri di coppia, pur di mantenere salda la famiglia, il cui peso grava su di noi, che ancora tanto sole nel mondo (e magari con dei figli a carico) non sappiamo stare.

Poste anche da noi stesse o dalle nostre madri in uno stato mentale (e non) di sudditanza e attente solo ai doveri coniugali, siamo noi le prime che fatichiamo a trasmettere valori diversi quando si tratta, ad esempio, di educare i figli, sia maschi che femmine.

Pur se evolute ed emancipate, abbiamo in dote un inconscio culturale che ci porta a educare l’altro secondo determinate categorie che andranno a costruire l’identità sessuale, cosa ben diversa, lo ricordiamo, dal sesso biologico. Si tratta di una sorta di contenitore culturale che si apprende con l’educazione e la trasmissione, e che porta il bambino o la bambina ad identificarsi stabilmente in una categoria “sociale” piuttosto che un’altra.

Chiaramente questo mondo non è pronto, è anche la società stessa che non arriva a garantire una piena autonomizzazione e un pieno svincolo delle donne da questo ricatto sottile e da questi condizionamenti stereotipati che sono anche difficili a volte da riconoscere. Una società che resta rigida e non evolve e non si adatta con fluidità e rapidità rispetto a cambiamenti culturali che viaggiano a velocità diverse e che riguardano solo alcune fasce della popolazione.

Questo crea squilibrio, destabilizzazione, assenza di punti di riferimento stabili e modelli a cui attenersi. E questo vale per entrambi, uomini e donne, che si ritrovano a prentendere o improvvisare nuove modalità di relazione con l’altro sesso  esigendo inconsciamente – e al contempo – di ritrovare le vecchie modalità di reazione e modi di porsi, appartenenti ad un passato che sta scomparendo.

E così vedremo ancora uomini che cercano consolazione, affetto e calore da donne che invece si sono rese autonome, indipendenti e più sicure ma che inconsciamente hanno il terrore di restare da sole, o uomini che cercano donne più “moderne” con l’obiettivo di non essere “soffocati” da legami più intensi ma che vanno in crisi ai primi segni di distacco e abbandono e arrivano ad odiare e distaccarsi (o non attaccarsi mai) per non soffrire, o ad uccidere rabbiosamente nei casi più estremi.

Non siamo uguali tra noi, cercare di appiattire le diversità tra uomo e donna vuol dire annullare la complessità delle nostre sfumature, delle nostre peculiarità, ed è ben diverso prentendere invece parità di diritti e di trattamenti, anche nel modo in cui ci raccontiamo e immaginiamo. La parità si avrà solo quando avremo donne sicure di sé senza eccedere nel diventare aggressive, e uomini a cui tali donne non faranno più paura, con cui sarà bello e arricchente confrontarsi.

Il discordo proseguirà ancora, siamo all’interno di un grande flusso culturale in cambiamento, e l’onda va conosciuta e saputa cavalcare.

Federica Giromella

 

 

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